L’Urban Fantasy in Italia? Ce lo spiega Gainsworth al Salone di Torino

Mostri in ritardo. Perché l’urban fantasy non arriva? Questo era il titolo della conferenza, tenuta il 12 maggio al Salone del Libro di Torino 2018, dalla casa editrice Gainsworth, in particolare Luca Tarenzi, Julia Sienna, Aislinn e Helena Cornell.

L’ora è trascorsa velocemente, grazie anche alla simpatia dei conduttori. Sono stati affrontati molti discorsi e aperte molte parentesi, ma ciò che voglio mettere in luce è l’opinione che ha avuto il  pubblico riguardo alla situazione del fantasy, in particolare dell’urban, qui in Italia. Si è partito dal presupposto che questo genere non arriva in due modi. La prima è che gli scrittori italiani lo trattano poco. La seconda è che gli editori non lo portano qui, nel senso che non lo traducono. Quante volte abbiamo sentito casi di saghe interrotte?

Varie opinioni

La prima opinione che spicca dal pubblico è che in Italia esiste ancora la concezione errata che il fantasy sia qualcosa di infantile. Può essere un fatto di conservazionismo? Eppure il nostro paese è stato lo scenario di numerosi miti e leggende. Ne l’Odissea, ad esempio, è in Italia che approda Ulisse.

Qualcun altro sostiene che a mancare è il feed-back. Il fantasy, quindi anche l’urban, non riceve tanta pubblicità  per il pregiudizio. Ma non è detta l’ultima parola perché, nell’era dell’informazione e di internet in cui il feed-back è istantaneo, vediamo che stanno prendendo piede sempre di più serie come Game of Thrones, American Gods e Outlander. Ciò dimostra che opere scritte anche ven’anni fa possono essere apprezzate oggi.

Forse, però, non c’è ancora stato il boom, il cosiddetto caso editoriale che possa scatenare la tendenza dell’urban. Forse la gente è abituata a leggere high fantasy perché le case editrici non si sforzano di pubblicare qualcosa di nuovo e sfruttano la scia di chi ha già  avuto successo, come Il signore degli anelli e Harry Potter.

Nonostante questo, dall’estero arrivano casi di urban particolarmente apprezzati. Prendiamo come esempio American Gods. In quest’opera Neil Gaimann è stato particolarmente bravo ad “americanizzare” i miti e a renderli alla portata di tutti. Forse si dovrebbe fare la stessa cosa qui in Italia, cioè creare qualcosa di nostro.

Il problema di classificazione

A volte vengono classificati urban le storie ambientate in un mondo in stile Tolkien, le cui azioni si svolgono in una città. Bisognerebbe essere un po’ più precisi. Nel mondo anglosassone si distingue urban fantasy, cioè il fantastico ambientato nel nostro mondo, dal techno fantasy, ossia il fantastico ambientato in un mondo che non è il nostro, laddove il contesto ricorda quello del nostro ventesimo secolo, in cui ci sono le automobili, gli aerei e i computer.
Inoltre, già 30 anni fa, in America qualcuno si è accorto che non tutti gli urban fantasy sono ambientati in città. Ad esempio, una storia di lupi mannari ambientata nella foresta della Norvegia di oggi, può essere un urban fantasy anche se la storia non si svolge nella città di Oslo.

Le fiabe che ci insegnano a scuola

A pochi minuti dalla fine della conferenza, qualcuno fa entrare in gioco l’educazione che riceviamo a scuola, per quanto riguarda la letteratura. Il fatto che il fantasy sia sottovalutato non è dovuto a una mancanza di folclore ma a una mancanza di educazione scolastica. Ad esempio, a scuola si parla delle fiabe dei Grimm o di Perrault e non si dà  abbastanza spazio alla loro fonte di ispirazione, cioè la raccolta di fiabe di Basile. In altri paesi europei gli autori classici, come anche Hoffmann, hanno potuto attingere alla mitologia che non è stata affossata e limitata ad essere qualcosa per bambini.

E gli scrittori?

Quindi gli autori sono i primi che devono combattere contro il pregiudizio che il fantasy sia per un pubblico infantile. Come si è detto prima, bisognerebbe imparare dalle storie che hanno avuto successo all’estero e creare qualcosa di nostro. Spesso, però, chi scrive fantasy è perché vuole evadere dal mondo reale, quindi difficilmente ambienterà  il proprio libro a Milano piuttosto che in Molise. Ci sono, però, autori che hanno saputo cogliere questa sfida e riescono a mescolare la metafora della vita reale al folclore di cui il nostro paese è pieno, basta scovarli. In fondo il bello dell’urban fantasy è proprio il fatto che ci permette di parlare del nostro mondo e della nostra quotidianità, ma andando oltre.

Il mio parere personale

Ho trovato interessanti tutte le opinioni che ho raccolto in questo articolo e devo dire che sono veritiere, almeno in parte. Il mercato italiano predilige le storie di vita reale, è vero, ma credo anche che il fantasy abbia buona possibilità di crescita. Con le serie tv che ho citato prima, ad esempio, il pubblico si sta aprendo di più a questo genere. Inoltre, è vero che le grandi case editrici non traducono o non pubblicano fantasy. Ultimamente quando vado in libreria, vedo sempre gli stessi titoli, addirittura mescolati al genere storico o ai fumetti! Però è vero anche che esistono case editrici “specializzate” in fantasy che, pur essendo piccole, riescono a ritagliarsi una fetta di mercato. Per la questione educazione, sono stata fortunata perché a scuola ho sentito parlare più di Basile che dei Grimm. Insomma, mi sento positiva e penso che il fantasy riuscirà a farsi valere in futuro anche in Italia. Se alla conferenza di quest’anno era presente molta più gente dell’anno precedente, un motivo ci sarà!

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