Poirot

Un Poirot dalla camicia macchiata | Racconto

La tensione e il silenzio si erano impadroniti del soggiorno, la scena del crimine. I quattro e unici sospettati erano seduti sul divano, davanti alla vittima del delitto. Erano passati dieci minuti buoni. Ormai avevano capito perché fossero stati riuniti lì, quel che non sapevano era perché il presunto detective del caso continuasse a tenere le spalle voltate, con le mani dietro la schiena, senza proferir parola. Forse stava aspettando che qualcuno si dichiarasse colpevole.  Poi fu una dei sospettati, Nadia per la precisione, a stufarsi di quell’attesa insensata. “Allora David, vogliamo fare in fretta? Io avrei da fare.”

“Oggi mi devi dare del lei, Nadia, la questione è molto seria” il detective si voltò e i sospettati rimasero basiti dal paio di baffi finti che gli conferivano un’aria piuttosto ridicola. Nicolas, il più piccolo di loro, dovette trattenere una risata, anche se nel farlo gli uscì il moccico dal naso.

“È un po’ difficile rimanere seri, davanti a uno che sembra Hercule Poirot.”

“Sono Hercule Poirot, cara sorellina. E adesso bando alle ciance. Voglio sapere chi è stato a versare il caffè sulla mia camicia bianca” e indicò l’indumento sul tavolino.

Nadia sbuffò. “Ne fai una tragedia solo perché te l’ha regalata Sara.”

David si fece rosso, ma si ricordò che adesso era nei panni di Poirot e lui non arrossiva mai. “Magari posso cominciare a interrogare proprio te” si accarezzò i baffi finti, pensieroso. “Nadia, una diciannovenne che ha già perso fiducia nell’amore e che ha deciso di caricare il suo cinismo e la sua invidia contro chi, invece, ci crede ancora.”

“Ehi!”

“Il ragionamento non fa una piega. Sei una studentessa modello e per avere voti alti devi assumere molta caffeina. Dunque è probabile che il caffè sul tavolo di questa mattina fosse tuo, casualmente proprio vicino alla sedia sulla quale era piegata la mia camicia, pronta da stirare. Tu, mossa da un moto di gelosia, dopo che il tuo ragazzo ti ha lasciata, ci hai versato il caffè sopra.”

“Guarda che non è stato lui a lasciarmi.” A Nadia sembrava interessare di più fare quella precisazione che discolparsi.

“Certo, ti ha lasciata dopo che ha scoperto che hai baciato il tuo migliore amico.”

“È stato lui a baciarmi.”

“E tu hai corrisposto.”

“Be’, ho avuto un periodo di confusione, ma ho detto a entrambi che quel bacio non ha significato niente.”

“E adesso sei delusa perché entrambi hanno voluto chiudere con te. Tipico di voi donne.” David si accorse che stava andando fuori tema, così riscosse. “Torniamo a noi adesso. Se non sei stata tu, allora dimmi dov’eri questa mattina alle sette.”

Nadia si accigliò. “Ero fuori casa.”

“Ma tu solitamente esci alle otto.”

“Dovevo prendere un treno, va bene? Dovevo andare da una persona per scusarmi.”

“Quindi sei andata dal tuo ragazzo e vi siete rimessi insieme?”

“No, sono andata dal mio amico. E ci siamo messi insieme.”

Tra i presenti si elevarono dei mormorii di stupore, approvazione e disapprovazione, tutti insieme. “Quindi non sei un’adolescente delusa dall’amore e in cerca di vendetta. Questo cambia le cose.”

Nadia scosse la testa. “Non sono stata io a macchiare la tua camicia bianca. E comunque era già stirata stamattina quando l’ho vista in cucina.”

Tutti, soprattutto David, si voltarono verso una persona. “Mamma, la tua condotta da casalinga perfetta questa volta ti ha tradita.”

La mamma si tirò indietro, quasi volendo sparire tra i cuscini del divano. La sua espressione tesa alimentava ogni sospetto. “Sì, l’ho stirata presto questa mattina, così come ho svolto le altre faccende” ammise.

“Ma tu solitamente cominci le faccende alle nove, una volta aver accompagnato Nicolas a scuola.”

“Ti sei studiato tutti i nostri orari?”

“Quindi non stai negando di aver stirato la camicia prima di accompagnare Nicolas. Perché tutta questa velocità? Sicuramente per la scarsità di tempo ti sarai fatta un caffè al volo, ma nella fretta l’hai versato.”

“E va bene! Ho svolto le faccende prima del solito perché anche io dovevo prendere un treno: avevo un appuntamento dopo le otto, quindi non potevo tornare a casa stamattina.”

Il padre di famiglia, a quella frase, uscì dal suo stato di orso in letargo. “Mi tradisci?”

“Certo che no! Mi sento ridicola a dirlo, ma avevo un colloquio di lavoro.”

Si elevarono altri mormorii di stupore, approvazione e disapprovazione. “Di lavoro, perché? Io ho un’impresa e guadagno bene, perché dovresti metterti a lavorare?”

La mamma cominciò a tormentarsi le mani. “Non è per una questione di soldi.” Si fece coraggio e confessò tutto quello che aveva dentro. “Tesoro, fare la casalinga non mi gratifica. Vent’anni fa mi sono laureata, ma non ho mai dato troppo peso a tutto il tempo impiegato a studiare e, dato che tu guadagnavi abbastanza per mantenerci, ho deciso di dedicarmi solo alla famiglia e alla casa, una volta avuta Nadia. Ma ora i ragazzi sono grandi e possono badare a loro stessi.”

“Evvai!” gridò Nicolas. “Posso andare a scuola da solo!”

Tutti gli altri, però, attendevano la reazione del padre. Magari l’avrebbe trovata una proposta priva di senso, nata solo perché la moglie si annoiava in casa. Molti uomini avrebbero pensato così, invece lui riuscì incredibilmente a distinguersi dalla massa. “Perché non me ne hai mai parlato?”

“Perché eri già preso dal tuo lavoro e non volevo aggiungerti dei pensieri con le mie sciocchezze.”

“Se una cosa ti rende infelice mi riguarda, e sicuramente non sono sciocchezze! Di che lavoro si tratta?”

“In una libreria” si dipinse un sorriso sul suo volto. “Amo i libri e mi piacerebbe stare a contatto con la gente a cui potrei consigliare delle letture.”

“Sai già se ti hanno presa?”

“Non ancora.”

“In caso di risposta negativa, tu continua a cercare.” Le prese la mano e i due coniugi si sorrisero dolcemente. Questa volta non si elevarono mormorii: Nadia era in lacrime per la commozione, Nicolas aveva la bocca semiaperta e David si accorse che ancora una volta era stata messa in secondo piano il suo caso degno di Poirot. “Papà, queste sdolcinerie sono per distogliere l’attenzione dalla tua colpevolezza?”

Il padre assunse di nuovo l’aria annoiata. “Sai che esco di casa alle sei e faccio sempre colazione al bar.”

“Allora di chi era il caffè di questa mattina?” Si voltò verso Nicolas, ma lui pose subito le mani avanti. “Sono troppo piccolo per prendere il caffè. Ho solo undici anni!”

“Non fare quella finta faccia innocente. Sappiamo tutti che sei un ribelle.”

Nicolas sbuffò. “E va bene. Quel caffè l’ho preparato io.”

Si elevarono mormorii di stupore e disapprovazione, questa volta senza approvazione.

“Nadia ne beve così tanto che ero curioso di provarlo. Così ho approfittato che la mamma fosse indaffarata con le faccende per preparare una tazza tutta mia.”

David sembrò colto da un attacco di euforia mentre puntava il dito contro il fratello. “Ecco il colpevole!”

“Direi proprio di no, attento che ti cadono i baffi. Appena l’ho assaggiato mi è venuto da vomitare e sono corso in bagno, lasciandolo sul tavolo. Sono certo che non si sia versato.”

Impossibile, sembrava che non ci fosse nessun colpevole. Tutti avevano un alibi di ferro, David doveva ammetterlo. Eppure il colpevole era tra loro, in quella casa. Mentre il detective si stava accarezzando i baffi, facendo mentalmente le sue supposizioni, suonò il campanello. Dato che era l’unico in piedi, andò ad aprire e, non appena vide Sara, i baffi gli caddero per la sorpresa. La ragazza aveva in mano un ombrello. “Spero di non disturbare” esordì cordialmente. “Sono venuta a restituirti l’ombrello. Sei stato così gentile stamattina a correre a casa a prenderlo per non farmi bagnare e a lasciarmelo anche dopo la scuola. Certo che quella pioggia improvvisa non ci voleva.” Attese una risposta da David, ma lui era troppo impegnato a fare la statua di marmo con l’espressione da ebete, così gli mise l’ombrello direttamente nelle mani. “Ci vediamo stasera allora. Mettiti la camicia, signor Poirot” gli strizzò l’occhio e se ne andò.

David ci mise un po’ a sciogliersi dal ghiaccio. Una volta riuscito tornò in soggiorno, dove trovò delle occhiatacce puntate contro. “Che c’è?”

“Sei stato tu” tagliò corto Nadia.

“Cosa? Io sono la vittima e il detective di questo caso, non posso essere anche il colpevole!”

“E invece mi sa che lo sei” replicò Nicolas.

“Ma tranquillo, Sara capirà che è stato un incidente per una giusta causa” aggiunse la mamma.

Le guance di David si gonfiarono di rabbia. “Provatemelo!”

“Va bene” intervenne il padre, stufo della situazione. “Tu sei uscito alle sette di casa, quando la mamma ha cominciato a fare i lavori e Nicolas ha preparato il caffè per poi lasciarlo sul tavolo. Quando ha cominciato a piovere sei tornato a prendere l’ombrello. Eri talmente preoccupato di andare a riparare Sara dalla pioggia, che hai afferrato maldestramente l’ombrello in cucina e accidentalmente colpito la tazza di caffè.”

David voleva confutare, ma poi dovette riconoscere che quelle supposizioni non erano così errate. Durante il tragitto per andare a scuola, aveva cominciato a piovere a dirotto. Così aveva momentaneamente lasciato Sara sotto un portico per correre a casa, come un forsennato, sotto la pioggia.

“Sei un romanticone disperato” lo canzonò Nadia.

Si elevarono mormorii, questa volta solo di approvazione.

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